La filiazione da genitori dello stesso sesso non è consentita: nell’atto di nascita formato in Italia non può essere indicata la madre intenzionale

by Renzo Calvigioni

Cass. Sez. I, ordinanza 4 aprile 2022, n. 10844, ECLI:IT:CASS:2022:10844CIV

La Corte di Cassazione, Sez. I Civile, con ordinanza 4 aprile 2022, n. 10844 ha affermato che non è accoglibile la domanda di rettificazione dell’atto di nascita volta ad ottenere l’indicazione in qualità di madre del bambino, accanto a quella che l’ha partorito, anche della donna a costei legata in stabile relazione affettiva, poiché in contrasto con la legge n. 40/2004, art. 4, comma 3, che esclude il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita da parte delle coppie dello stesso sesso.

Il procedimento

Due donne, unite da tempo da una stabile relazione affettiva, hanno chiesto all’ufficiale dello stato civile di indicare negli atti di nascita dei figli, oltre alla prima donna già riportata quale madre partoriente, anche la seconda quale madre intenzionale. I minori erano nati in Italia, concepiti mediante l’impiego di tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo praticate in Danimarca, utilizzando il gamete maschile di donatore anonimo. Il rifiuto opposto dall’ufficiale dello stato civile veniva impugnato da entrambe con ricorso ai sensi dell’art. 95 del dpr n. 396/2000 dinanzi al Tribunale di Piacenza, che lo rigettava con decreto del 15 ottobre 2019. Il reclamo contro tale decisione, proposto in Corte di Appello di Bologna, pure veniva rigettato con decreto del 6-19 marzo 2020. Le due donne presentavano ricorso per Cassazione, basato su diversi motivi, mentre resisteva il sindaco del comune, quale ufficiale di stato civile al quale era stata richiesta l’indicazione della doppia genitorialità.

La pronuncia

La  Corte di Cassazione ha respinto tutti i motivi del ricorso, confermando la decisione impugnata, precisando che non sussistono elementi per cambiare l’orientamento in base al quale, con riferimento al minore concepito mediante l’impiego di tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo praticata all’estero, ma nato in Italia, non può essere riportata nell’atto di nascita, oltre all’indicazione quale madre della donna che l’ha partorito, anche della donna a lei legata da stabile relazione affettiva, stante il contrasto con L. n. 40 del 2004, art. 4, comma 3, che vieta il ricorso a tali tecniche da parte di coppie dello stesso sesso, “non essendo consentite, al di fuori dei casi previsti dalla legge, forme di genitorialità svincolate da un rapporto biologico mediante i medesimi strumenti giuridici previsti per il minore nato nel matrimonio o riconosciuto (v. Cass. n. 7668 e 8029 del 2020, n. 7413 del 2022)”.

La Corte ricorda che tale principio riguarda il caso in cui la genitrice d’intenzione non aveva alcun legame biologico con il nato, non avendo fornito alcun apporto in attuazione della procreazione medicalmente assistita, ma era stato affermato anche quando un tale apporto biologico era stato offerto dalla genitrice di intenzione. Infatti, dalla stessa Corte era stato rigettato il ricorso di una coppia di donne tendente ad ottenere l’indicazione della doppia maternità nell’atto di nascita, relativo ad una minore nata in Italia ma concepita con tecniche di procreazione medicalmente assistita all’estero, con il consenso della donna non partoriente cui apparteneva l’ovulo che, fecondato, era stato impiantato nell’utero della partoriente. Il fatto che la donna non partoriente avesse lei stessa un legame genetico con la neonata, visto che alla medesima era appartenuto l’ovulo che, fecondato, era stato impiantato nell’utero della partoriente e, quindi, fosse anche lei madre, e segnatamente madre genetica, della minore, così come era madre, segnatamente madre biologica, anche l’altra donna che l’aveva partorita, non fa venire meno il contrasto con la legge 40/2004 che esclude il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle coppie dello stesso sesso: è quanto affermato in altra recente sentenza della stessa Corte, la n. 6383 del 2022, che viene espressamente richiamata. Dunque, non può essere accolta la richiesta di indicare “in qualità di madre della bambina, accanto a quella che l’ha partorita, anche della donna cui è appartenuto l’ovulo poi impiantato nella partoriente, poiché in contrasto con la L. n. 40 del 2004, art. 4, comma 3, che esclude il ricorso alle predette tecniche da parte delle coppie omosessuali, anche in presenza di un legame genetico tra il nato e la donna sentimentalmente legata a colei che ha partorito”.

La Corte ricorda inoltre che la scelta del legislatore è di limitare l’accesso alla legge n. 40/2004 alle situazioni di infertilità patologica alle quali non può essere equiparata l’infertilità della coppia omosessuale. Respinge anche la possibilità di un’interpretazione costituzionalmente orientata della normativa in esame in quanto “una diversa interpretazione delle norme relative alla formazione dell’atto di nascita non è imposta dalla necessità di colmare in via giurisprudenziale un vuoto di tutela che richiede, in una materia eticamente sensibile, necessariamente l’intervento del legislatore (v. Cass. n. 6383 del 2022).”

Infine, la Corte respinge la richiesta di rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia in quanto i quesiti proposti dalle ricorrenti sono irrilevanti ai fini della decisione, rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti alle spese.

Dalla vicenda emerge la legittimità del rifiuto dell’ufficiale dello stato civile di formare atti di nascita e/o riconoscimento di filiazione da genitori dello stesso sesso, in quanto la legge n. 40/2004 esclude l’utilizzo di tecniche di procreazione medicalmente assistita a coppie dello stesso sesso: in tal senso, oltre alle decisioni già indicate nell’ordinanza della Corte, si possono richiamare anche, della stessa Cassazione, le decisioni n. 23320 del 2021 e n. 23321 del 2021, a conferma di un orientamento particolarmente netto e definito.

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