La compatibilità del ripudio islamico con l’ordine pubblico

by Omar Vanin

Cass., sez. I civ., sentenza 7 agosto 2020, n. 16804 – ECLI:IT:CASS:2020:16804CIV

Con sentenza n. 16804/2020, la Corte di cassazione ha avuto modo di esprimersi in ordine alla compatibilità con l’ordine pubblico di una decisione resa da un tribunale islamico che dichiara lo scioglimento del matrimonio per effetto del ripudio maritale.

I fatti

Una cittadina palestinese si opponeva, ai sensi dell’art. 67 della legge n. 218/1995, alla richiesta dell’ex marito di iscrizione al registro dello stato civile della sentenza resa dal Tribunale sciaraitico del Nablus occidentale che aveva attestato lo scioglimento del loro matrimonio per effetto di dichiarazione unilaterale di ripudio del marito (talaq). Nel dettaglio, la ricorrente deduceva che la decisione si poneva in contrasto con l’ordine pubblico, nella misura in cui il diritto applicato dall’autorità religiosa non garantirebbe parità di diritti genere ai membri dell’unione (violando l’ordine pubblico c.d. sostanziale), nonché in quanto il procedimento che aveva condotto alla decisione non le avrebbe garantito alcuno spazio difensivo (in collisione con l’ordine pubblico c.d. procedurale). L’ex coniuge resistente, dal canto suo, sosteneva che il ripudio non avesse carattere definitivo, in quanto revocabile, e che l’autorità religiosa avrebbe comunque tentato di riconciliare la coppia.

La pronuncia

La Suprema Corte rileva che il Tribunale sciaraitico ha emesso la decisione all’esito di una procedura che non ha visto la partecipazione della moglie ed è consistita, in essenza, nel ricevimento, da parte dell’autorità giudiziaria, della formula di dichiarazione di ripudio resa dal marito. La donna, infatti, ha avuto notizia del procedimento solo a seguito del provvedimento del Tribunale, peraltro al solo fine di consentirle di comparire dinanzi ad esso per verificare l’eventuale riconciliazione della coppia.

Tanto basta, a parere del giudice di legittimità, per sancire l’incompatibilità della decisione con il principio del contraddittorio, sancito all’art. 111 Cost., quale canone dell’ordine pubblico italiano.

La Corte di cassazione riconosce poi che la decisione è del pari lesiva dell’ordine pubblico nella sua dimensione sostanziale, giacché il diritto islamico nella sua declinazione palestinese assicura solo al marito la facoltà di sciogliere liberamente il rapporto di coniugio, confinando per la moglie tale facoltà ad un numero di casi tassativi. Per la Corte, tale soluzione normativa è in contrasto con il principio di uguaglianza dei coniugi sancito tanto in Costituzione, all’art. 29, quanto a livello internazionale, nel settimo protocollo addizionale alla Convenzione EDU, all’art. 5.

La pronuncia conferma l’orientamento della giurisprudenza di merito, ma lascia aperti alcuni interrogativi.

Per un verso, la Corte non qualifica puntualmente il provvedimento straniero che attesta il talaq. Sebbene rilevi che il giudice straniero si è limitato a subordinare l’emissione del provvedimento alla dichiarazione maritale di ripudio, la Corte esamina la recepibilità del mutato status coniugale nell’ottica della disciplina del riconoscimento delle decisioni straniere. Tale approccio, tuttavia, è percorribile qualora lo scioglimento del rapporto sia il frutto di un apprezzamento delle circostanze del caso concreto. Per contro, se, come nella specie, il rapporto coniugale termina per effetto della semplice manifestazione di volontà di uno dei coniugi, relegando l’autorità giudiziaria straniera ad assumere un mero ruolo certificativo di tale volontà, allora l’apertura dell’ordinamento italiano al nuovo status dovrebbe avvenire valutando, piuttosto, se lo scioglimento sia avvenuto in conformità alla legge applicabile al rapporto matrimoniale, ferma anche in tal caso la possibilità di rilevare la contrarietà della legge straniera (non più del provvedimento) all’ordine pubblico.

Infine, solleva dubbi l’affermazione della Cassazione per cui il giudice italiano, nell’esaminare la conformità della decisione straniera all’ordine pubblico, debba verificare se il giudice straniero abbia dichiarato lo scioglimento del matrimonio all’esito di un accertamento della cessazione del rapporto affettivo tra i coniugi. Si tratta di un requisito singolare, giacché le stesse corti italiane, in relazione a casi puramente interni, assegnano a tale verifica un ruolo formale, per molti versi soddisfatta presuntivamente con la domanda giudiziale di scioglimento del rapporto.

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