Rapporti patrimoniali tra ex coniugi stranieri: qualificazione e accertamento del diritto straniero

by Francesco Angelini

Corte di Cassazione, sezione I, ordinanza 6 luglio 2022, n. 21462, ECLI:IT:CASS:2022:21462CIV

Con pronuncia del 6 luglio 2022, la Corte di cassazione ha affrontato il tema della qualificazione dei negozi volti a regolare futuri rapporti patrimoniali tra le parti, affermando come un negozio di trasferimento gratuito di un bene non può essere qualificato come donazione, in carenza dell’accertamento di un interesse non patrimoniale atto a sorreggerne la causa. La Suprema Corte ha richiamato poi l’obbligo, in capo al giudice di merito, di accertare il diritto straniero ai sensi dell’art. 14 della legge n. 218/1995 di riforma del sistema di diritto internazionale privato italiano.

Il fatto

Il caso di specie trae origine da un’azione promossa dinanzi al Tribunale di Bologna da una donna, cittadina iraniana, avverso l’ex marito, cittadino italo-iraniano, con la quale l’attrice chiedeva il trasferimento, ai sensi dell’art. 2932 c.c. e in suo favore, della quota del 75% di un immobile acquistato dall’ex coniuge in costanza di matrimonio ma intestato soltanto allo stesso per la piena proprietà.
La donna motivava la domanda sulla base di due distinte pattuizioni:
– La prima, intervenuta tra gli sposi al momento del matrimonio, sanciva come il marito, in caso di divorzio pronunciato su sua richiesta e non motivato da profili di colpa attribuibili alla moglie, avrebbe dovuto assegnare, senza corrispettivo, la metà del patrimonio accumulato in costanza di coniugio alla moglie.
– La seconda pattuizione, intervenuta tra lo sposo e il padre della sposa, stabiliva come il primo si obbligava ad acquistare un’abitazione completa di arredi e di intestarne la quota di ½ alla moglie, senza ricevere in cambio alcun corrispettivo da costei.
Effettivamente l’ex marito aveva provveduto ad acquistare nel 2007 un immobile a Bologna ma, contravvenendo ai patti intercorsi col padre dell’attrice, aveva intestato lo stesso in suo favore per la quota di 1/1; inoltre, sebbene il Tribunale iraniano di Shahreza avesse emesso nel 2008 sentenza di scioglimento del matrimonio, la restante quota di ¼ dell’immobile non era stata trasferita all’ormai ex moglie.
Il convenuto si costituiva in giudizio eccependo, in primo luogo, come entrambi i negozi fossero espressione di patti prematrimoniali, e in quanto tali nulli perché contrari all’ordine pubblico italiano; in secondo luogo, affermava che i rapporti economici erano già stati regolati dalla sentenza di divorzio del Tribunale iraniano; da ultimo, e in subordine, chiedeva dichiararsi il difetto di capacità processuale in capo all’attrice limitatamente al negozio stipulato tra esso convenuto e il padre della donna.
Il Tribunale di Bologna rigettava la domanda di parte attrice sulla base di tre assunti, vale a dire: i) il contratto stipulato tra il convenuto e il padre della sposa, non prevedendo un corrispettivo da versare a favore del primo, configurava un contratto preliminare di donazione, in quanto tale nullo; ii) le pattuizioni intercorse tra il convenuto e l’attrice al momento del matrimonio costituivano un vero e proprio accordo prematrimoniale in vista del futuro divorzio, nullo in quanto contrastante con l’ordine pubblico italiano; iii) con motivazione subordinata, si affermava da ultimo che i rapporti patrimoniali tra gli ex coniugi erano stati compiutamente regolati dalla sentenza iraniana che aveva riconosciuto l’obbligo per l’ex marito di trasferire parte del suo patrimonio alla coniuge.
La parte soccombente impugnava la decisione dinanzi alla Corte d’appello di Bologna la quale, sebbene con motivazione parzialmente differente, confermava la sentenza di primo grado: la Corte infatti, ritenendo vincolante la pattuizione tra i coniugi in quanto soggetta al diritto iraniano ex articoli 30 e 29, co. 1 della legge n. 218/95, non ne consentiva però l’esecuzione per il fatto che la stessa avrebbe dovuto essere portata all’attenzione del Tribunale di Shahreza e, non avendovi invece provveduto, era ormai coperta da giudicato implicito.
La soccombente proponeva pertanto ricorso per cassazione.

La pronuncia

La Corte di cassazione, in conformità al parere espresso dal Procuratore generale, ha accolto il ricorso della donna.
In primo luogo, i giudici di Piazza Cavour hanno contestato la qualificazione di contratto preliminare di donazione data dal Tribunale di Bologna all’accordo tra il marito e il padre della sposa: la sentenza infatti afferma come, per configurare una donazione, non è sufficiente il riscontro dell’elemento oggettivo (arricchimento di una parte con contestuale impoverimento dell’altra), dovendosi accertare altresì la sussistenza di un elemento soggettivo (l’animus donandi).
I giudici di primo e secondo grado invece, avendo limitato il loro esame al riscontro del solo elemento oggettivo, avrebbero confuso gratuità con liberalità, in tal modo non cogliendo il senso della pattuizione intercorsa tra i due uomini, volta a procacciarsi, da parte del futuro marito, il consenso del padre della sposa e colorando pertanto l’accordo di una decisa venatura patrimoniale.
In secondo luogo, continua la Suprema Corte, la Corte di appello aveva ritenuto la pattuizione tra gli sposi coperta dal giudicato implicito senza però provvedere al raffronto degli elementi identificativi delle due domande (quella di divorzio davanti al giudice iraniano e quella traslativa introdotta dinanzi al giudice italiano). Afferma la Corte come le pattuizioni patrimoniali contenute nella sentenza di divorzio vantavano una causa petendi del tutto differente da quella che sorreggeva la domanda traslativa: le somme riconosciute dal giudice iraniano infatti non trovavano la loro ragione nella necessità di definire i rapporti patrimoniali post-coniugali bensì traevano origine proprio dalla legge, vale a dire dalle norme contenute nel codice civile iraniano – che i giudici del merito avevano mancato di accertare, in violazione degli articoli 14, 15, 30 e 31 della legge n. 218/1995 – , volte a regolare situazioni del tutto diverse da quelle afferenti i rapporti patrimoniali successivi allo scioglimento del matrimonio.
In particolare, sottolineano i giudici di legittimità, il giudice di merito avrebbe dovuto “compulsare” il diritto civile iraniano (designato dalla norma di conflitto di cui all’art. 30 della legge n. 218/1995), ai sensi dell’art. 14 della legge n. 218/1995, per verificare, tra le altre cose, che i) ciò che la Corte d’appello ha qualificato come “donazione nuziale” è in effetti il Mahr (la dote), regolata dagli articoli 1078 e seguenti di quel codice e che ii) il riferimento agli alimenti andava inteso in applicazione dell’art. 1106 del codice civile iraniano, secondo cui: “Le spese di mantenimento della moglie sono a carico del marito nei matrimoni permanenti”, ed in relazione al successivo art. 1109, il quale stabilisce che: “Le spese di mantenimento della moglie divorziata durante il periodo di uddeh sono a carico del marito, a meno che il divorzio non sia avvenuto per disobbedienza”.

In conseguenza di ciò, il patto prematrimoniale stipulato al tempo del matrimonio tra i due coniugi non poteva ritenersi coperto da giudicato implicito e la questione, rinviata alla Corte d’appello, dovrà essere risolta in applicazione delle norme di diritto iraniano.

Questo il principio di diritto estratto dall’ordinanza: “Il contratto concluso in Iran con il quale il futuro marito, con doppia cittadinanza iraniana ed italiana, si obbliga nei confronti del padre della futura sposa ad acquistare in futuro un’abitazione da adibire a casa coniugale ed a trasferirne alla moglie il 50% della proprietà non può essere considerato un contratto preliminare di donazione e, come tale, nullo secondo il nostro ordinamento, per il solo fatto di essere caratterizzato dall’elemento della gratuità, per non essere previsto un corrispettivo per l’incremento patrimoniale della beneficiaria, atteso che è indispensabile, ai fine della qualificazione della pattuizione, lo scrutinio della sussistenza non solo dell’elemento oggettivo della mancanza di corrispettivo, ma anche dell’elemento soggettivo dello spirito di liberalità, come consapevole determinazione dell’arricchimento del beneficiario mediante attribuzioni od erogazioni patrimoniali operate ‘nullo iure cogente‘, verificando se il senso della pattuizione intercorsa tra il futuro sposo ed il padre della futura sposa, non risieda, piuttosto, nell’intento del primo di procacciarsi il consenso del secondo al matrimonio”.

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