La Corte europea dei diritti dell’uomo si pronuncia ancora sulla circolazione di status creati all’estero da maternità surrogata

by Ilaria Aquironi

Corte europea dei diritti dell’uomo, sentenza 22 novembre 2022, ricorsi nn. 58817/15 e 58252/15, D.B e altri c. Svizzera


Con sentenza 22 novembre 2022 (ricorsi nn. 58817/15 e 58252/15), la Corte EDU ha aggiunto un ulteriore tassello alla questione del riconoscimento dello status filiationis costituito all’estero a seguito di maternità surrogata (sul tema, si veda questa scheda informativa).

Il caso

Il ricorso è stato promosso da una coppia omosessuale di origine svizzera e dal loro figlio, cittadino svizzero e statunitense, nato nel 2011 negli Stati Uniti a seguito di maternità surrogata gestazionale.
Nel 2010 l’embrione creato dall’ovulo di una donatrice anonima e dai gameti del secondo ricorrente era stato impiantato nell’utero della madre surrogata. In seguito alla conferma della gravidanza, i giudici californiani avevano emesso una sentenza dichiarando il primo e il secondo ricorrente genitori del nascituro. Alla nascita del terzo ricorrente, la autorità californiane avevano emesso un certificato che rispecchiava tale pronuncia.
Nel 2011 il primo e il secondo ricorrente avevano chiesto il riconoscimento della sentenza statunitense in Svizzera e la trascrizione del certificato di nascita nei registri dello stato civile.
La richiesta era dapprima stata rigettata dall’ufficio di stato civile del cantone St. Gall, poi concessa dal Dipartimento degli affari interni.
Il ricorso dinanzi al Tribunale amministrativo cantonale promosso dall’Ufficio federale di giustizia avverso tale decisione era stato rigettato. L’Ufficio federale di giustizia aveva dunque proposto appello dinanzi al Tribunale federale, il quale nel maggio 2015 aveva annullato la sentenza cantonale, rilevando che il divieto assoluto di maternità surrogata imponeva il diniego al riconoscimento della filiazione non biologica, in quanto contrastante con l’ordine pubblico. Secondo il Tribunale federale, il riconoscimento della sentenza californiana e la trascrizione dell’atto di nascita avrebbero altrimenti eluso il divieto di maternità surrogata, rendendolo sostanzialmente inoperante, e incoraggiato il turismo riproduttivo. Il Tribunale federale aveva pertanto riconosciuto la sentenza statunitense solo nella parte relativa al legame di filiazione tra il minore e il secondo ricorrente, padre biologico del minore, ritenendo che la posizione di quest’ultimo fosse adeguatamente tutelata nel diritto svizzero, conformemente al principio del suo superiore interesse.
A seguito dell’introduzione, il 1° gennaio 2018, di una riforma del codice civile svizzero che consentiva l’adozione del minore figlio del partner dell’unione registrata, il 21 dicembre 2018 le autorità cantonali avevano pronunciato l’adozione del minore da parte del primo ricorrente.

Il ricorso dinanzi alla Corte EDU

Il 20 novembre 2015 i ricorrenti avevano promosso ricorso dinanzi alla Corte EDU, lamentando inter alia la violazione del loro diritto al rispetto della vita privata e familiare, garantito dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti umani, a causa del rifiuto delle autorità svizzere di riconoscere il legame genitoriale stabilito negli Stati Uniti tra il primo ricorrente (genitore intenzionale) e il terzo ricorrente.

La pronuncia

Dopo aver ripercorso la giurisprudenza elaborata in materia di riconoscimento dello status filiationis derivante da maternità surrogata (casi Mennesson c. Francia, ricorso n. 65192/11; Labassee c. Francia, n. 65941/11; D. c. Francia, ricorso n. 11288/18), e il parere consultivo del 10 aprile 2019, la Corte ha sottolineato la peculiarità del caso di specie, ovverosia la natura omosessuale della coppia genitoriale, partner di un’unione registrata. La Corte ha ritenuto che i principi elaborati nei precedenti casi – in cui i ricorrenti erano coppie eterosessuali unite in matrimonio – possano trovare applicazione anche nel caso di specie.
La Corte ha dunque distinto tra la posizione, rispettivamente, del minore e dei partner dell’unione registrata.
Quanto al minore, secondo la Corte, il mancato riconoscimento della sentenza statunitense e la mancata trascrizione del certificato di nascita costituiscono un’interferenza nel diritto al rispetto della sua vita privata. Tale interferenza trova il suo fondamento giuridico nel divieto di maternità surrogata ed è tesa alla tutela di due degli obiettivi legittimi previsti dal secondo paragrafo dell’art. 8, ovverosia la tutela della salute e la protezione dei diritti e delle libertà degli altri (nella specie, la protezione dei minori e delle madri surrogate). Tuttavia, per la Corte, l’impossibilità di ottenere un riconoscimento giuridico della sua relazione con il genitore intenzionale è contraria al superiore interesse del minore. Negando la trascrizione del certificato di nascita legittimamente rilasciato dalle autorità californiane nella parte relativa al rapporto con il genitore intenzionale, senza alcun riconoscimento alternativo di tale relazione, la Svizzera ha oltrepassato il margine di apprezzamento assicurato agli Stati dalla Convenzione. La Corte ha sottolineato che tale
margine si riduce allorché si faccia questione dello stabilimento o del riconoscimento della genitorialità, e che gli interessi del minore non possono dipendere esclusivamente dall’orientamento sessuale dei genitori.
L’incertezza giuridica in cui il minore ha vissuto sin dalla richiesta di riconoscimento dello status filiationis e fino alla data in cui è stata pronunciata l’adozione, vale a dire per 7 anni e 8 mesi, ha costituito un’ingerenza sproporzionata nel diritto al rispetto della sua vita privata. Vi è stata, dunque, secondo la Corte, una violazione dell’art. 8 della Convenzione.
Quanto alla coppia, la Corte ha invece escluso la sussistenza di una violazione del diritto alla vita familiare del primo e del secondo ricorrente a causa del diniego del riconoscimento del certificato di nascita costituito all’estero. Dopo aver ricordato che la maternità surrogata è contraria all’ordine pubblico svizzero, la Corte ha difatti sottolineato che il mancato riconoscimento del certificato di nascita non ha avuto un impatto significativo nel godimento della vita familiare dei ricorrenti. Non vi è dunque stata, per la Corte, alcuna violazione del diritto al rispetto della vita familiare, garantito dall’art. 8 della Convenzione.

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