La Corte europea dei diritti dell’uomo ancora sul riconoscimento degli status derivanti da maternità surrogata di tipo commerciale

by Ilaria Aquironi

Corte europea dei diritti dell’uomo, sentenza 6 dicembre 2022, ricorso n. 25212/21, K.K. e altri c. Danimarca

A pochi giorni dalla sentenza dello scorso 22 novembre (su cui si veda questo post), la Corte europea dei diritti dell’uomo, con sentenza 6 dicembre 2022 (ricorso n. 25212/21), è tornata a pronunciarsi sulla questione del riconoscimento degli status creati all’estero a seguito di maternità surrogata.

Il caso
La sig.ra K.K. è madre del secondo e del terzo ricorrente, gemelli nati in Ucraina nel dicembre 2013 a seguito di maternità surrogata commerciale. Il marito della prima ricorrente è il padre biologico dei minori. I certificati di nascita rilasciati in Ucraina indicavano la prima ricorrente e il marito come genitori dei minori.
Tornati in Danimarca nel febbraio 2014, la prima ricorrente non era stata riconosciuta come madre dei gemelli. Secondo il diritto danese, difatti, solo la donna che aveva partorito – e dunque, solo la madre surrogata – poteva essere considerata madre dei minori. Nel 2018 alla prima ricorrente era stato comunque garantito l’affidamento congiunto dei figli. Questi ultimi avevano inoltre ottenuto la cittadinanza danese grazie al legame biologico con il padre.
L’istanza formulata dalla ricorrente nel febbraio 2014, tesa ad ottenere l’adozione dei minori, era stata rigettata dalle autorità amministrative danesi perché, al momento della proposizione della domanda, la donna aveva vissuto in Danimarca con i minori per soli quattro giorni. La decisione era poi stata confermata in sede di reclamo: secondo le autorità amministrative danesi, l’adozione dei minori sarebbe stata in contrasto con il diritto danese, atteso che la madre surrogata aveva ricevuto un corrispettivo a fronte del consenso all’adozione dei minori.
La prima ricorrente si era dunque rivolta ai giudici danesi, i quali avevano confermato, tanto in primo grado quanto in appello, il rigetto della domanda di adozione.
Anche la Corte suprema danese, il 16 novembre 2020, aveva respinto la domanda dei ricorrenti. Secondo la Corte, la sezione 15 della legge danese sull’adozione prevede un divieto assoluto di concedere l’adozione allorché la persona che deve acconsentirvi – ovverosia la madre surrogata – abbia ricevuto una remunerazione. Secondo la Corte, invero, la maternità surrogata commerciale si poneva in netto contrasto con i principi fondamentali della società danese. Riprendendo la giurisprudenza della Corte EDU nel caso Mennesson c. Francia (ricorso n. 65192/11) e il parere consultivo reso nel 2019, la Corte suprema danese aveva evidenziato che i principi elaborati dalla Corte EDU riguardavano un caso di maternità surrogata altruistica. Il bilanciamento, dunque, tra il superiore interesse dei minori e gli interessi sottesi al divieto assoluto di maternità surrogata commerciale avrebbe dovuto condurre ad esiti diversi da quelli sanciti dalla Corte. Secondo la Corte suprema danese, dunque, non vi era alcun contrasto con l’art. 8 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo, che sancisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Nel 2021, i ricorrenti si erano dunque rivolti alla Corte EDU lamentando la violazione dell’art. 8 CEDU.

La pronuncia
La Corte, di nuovo, ha distinto i profili del diritto al rispetto della vita familiare da quelli del diritto al rispetto della vita privata dei ricorrenti.
In particolare, quanto al primo profilo, secondo la Corte i ricorrenti non avevano evidenziato ostacoli al godimento della loro vita familiare: avevano vissuto come una famiglia sin dal loro arrivo in Danimarca, i minori avevano ottenuto la cittadinanza danese grazie ai legami biologici con il padre, e nel 2018 la prima ricorrente aveva ottenuto l’affidamento condiviso dei minori. Non vi era, dunque, stata alcuna violazione del loro diritto al rispetto della vita familiare.
Quanto al profilo dei diritto al rispetto della vita privata, richiamando i principi elaborati nei casi Mennesson c. Francia (ricorso n. 65192/11), Paradiso e Campanelli c. Italia (ricorso n. 25358/12), e nel parere consultivo del 2019, la Corte ha ritenuto che non vi sia stata alcuna violazione del diritto al rispetto della vita privata della prima ricorrente.
Vi è invece stata, secondo la Corte EDU, una violazione del diritto al rispetto della vita privata del secondo e del terzo ricorrente. Consapevole che la ragione sottesa al divieto di adozione in caso di maternità surrogata commerciale era quella di evitare che i minori diventino merce, la Corte EDU ha sottolineato che il rispetto per la vita privata dei minori, pur non imponendo la registrazione della madre intenzionale sul certificato di nascita, richiede l’adozione da parte degli Stati di altre misure – come ad esempio l’adozione – tese a consentire il riconoscimento giuridico degli status derivanti da maternità surrogata.
Nel caso di specie, oltre ad aver rigettato la domanda di adozione, le autorità nazionali avevano riconosciuto alla prima ricorrente solamente l’affidamento condiviso dei minori: non vi era dunque alcuna relazione genitoriale legalmente riconosciuta tra la prima ricorrente e i minori. In tali circostanze, i minori si trovavano in una situazione di incertezza giuridica che aveva riflessi, ad esempio, sui loro diritti successori.
Peraltro, secondo la Corte, è nell’interesse dei minori, avendo vissuto a lungo con la madre intenzionale e il padre biologico, ottenere anche il riconoscimento giuridico del legame genitoriale con la prima ricorrente.
Riaffermando dunque la preminenza del superiore interesse dei minori, la Corte ha ritenuto che le autorità danesi non abbiano adeguatamente bilanciato il diritto dei minori a vedere riconosciuto il loro legame con la madre intenzionale e gli interessi della società a limitare il fenomeno della maternità surrogata commerciale.
La Corte ha dunque accertato, con quattro voti favorevoli e tre contrari, la sussistenza di una violazione dell’art. 8 della Convenzione.

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