Filiazione, circolazione degli status e diritto internazionale privato: la nuova proposta di regolamento UE e orizzonti di sviluppo

by Laura Carpaneto

L’istituto della filiazione sta attraversando una vera e propria rivoluzione, che trae origine dalla combinazione di diversi fenomeni: la mobilità delle persone, il crescente ricorso alle tecniche di procreazione assistita e una forte frammentazione normativa, che è espressione delle diverse sensibilità degli ordinamenti normativi in materia.

Due sono gli effetti principali: (i) il cd. turismo procreativo, ossia la ricerca di ordinamenti che consentano il ricorso ad una particolare tecnica di procreazione assistita non prevista nell’ordinamento di origine (o prevista a condizioni meno vantaggiose) e (ii) l’instaurazione di rapporti di filiazione validi nell’ordinamento di costituzione degli stessi, ma sovente non in quello di origine (limping situation).

Gli strumenti di tutela dei diritti umani vengono in gioco sia in relazione alla possibilità di accedere alle tecniche di procreazione (cd. reproductive rights) sia in relazione al tema, ancor più delicato, del riconoscimento nello Stato di origine dello status filiationis “acquisito” all’estero.

Rilevanti sono, in tal senso, le pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo sul tema dei cd. reproductive rights, sui diritti dei bambini, sui diritti dei genitori e anche il suo primo parere reso proprio in relazione al tema del riconoscimento del rapporto di filiazione a seguito di accordo di surrogazione.

Di recente, il tema del riconoscimento del rapporto di filiazione si è posto anche innanzi alla Corte di giustizia dell’UE (si veda questo post), che ha risolto nel senso del riconoscimento di tale rapporto valorizzando le prerogative dell’istituto della cittadinanza europea.

A fronte di un rilievo pratico ormai indubbio delle questioni qui considerate, dimostrato dalla copiosa giurisprudenza delle corti internazionali, i “lawmaker” provano a stare al passo.

Rispetto al problema delle cd. limping situation, il diritto internazionale privato può svolgere un ruolo fondamentale.

Alcuni recenti progetti meritano di essere qui di seguito annoverati.

In primis, l’indicazione risultante dalla risoluzione del 4 settembre 2021 dell’Institut de droit international sul tema diritti umani e diritto internazionale privato, che, all’art. 14, sulla filiazione afferma che “In view of the recognition of a parentage relationship established in a foreign State, the best interests of the child should be taken into particular account in the assessment of the public policy of the State where recognition is sought”.

Va poi segnalata la pubblicazione del final report del progetto “Parentage/surrogacy” promosso dalla Conferenza dell’Aja di diritto internazionale privato, che verrà presentato al Council of General Affairs and Policy (i.e. l’organo intergovernativo, composto da rappresentanti di tutti i 91 Membri della Conferenza dell’Aja di diritto internazionale privato) nella primavera del 2023. In estrema sintesi, si tratta di un progetto di convenzione internazionale dedicata ai profili internazionalprivatistici della filiazione (naturale e derivante da tecniche di procreazione assistita diverse dalla surrogazione di maternità) e un progetto di protocollo dedicato alla filiazione derivante dal ricorso agli accordi internazionali di surrogazione di maternità.

Di pochi giorni fa è poi la pubblicazione della la proposta di regolamento della Commissione in materia di giurisdizione, legge applicabile, riconoscimento delle decisioni e accettazione degli strumenti autentici in materia di filiazione e di creazione di un Certificato europeo di filiazione (COM (2022) 695 finale); per informazioni sul procedimento di adozione della proposta, si veda qui; per un primo commento sulla proposta, si veda questo indirizzo.

Pur partecipando ai lavori dell’Experts’ Group sul progetto “parentage/surrogacy”, l’Unione europea ha avvertito  l’esigenza di procedere all’elaborazione di uno strumento europeo autonomo. Del resto, già nel 2020 in occasione del discorso sullo stato dell’Unione, la Presidente della Commissione, Ursula Von Der Leyen, aveva evidenziando l’importanza del riconoscimento della filiazione nello spazio giudiziario europeo, pronunciando la famosa frase “If you are a parent in one country, you are a parent in every country” In seguito, il riconoscimento della filiazione tra gli Stati membri è stato identificato come una priorità tanto nella strategia sui diritti dei fanciulli quanto nella strategia per l’eguaglianza LGBTIQ.

Queste iniziative hanno dato un decisivo impulso verso l’adozione della proposta di regolamento, che si caratterizza, innanzitutto, per un chiaro intento di protezione dei diritti fondamentali e di altri diritti dei bambini nelle situazioni transfrontaliere, inclusi i loro diritti all’identità, alla non discriminazione e ad una vita privata e familiare, alla successione e al mantenimento.

Certezza giuridica e prevedibilità sono considerati, in questo strumento, obiettivi “addizionali”, quindi ulteriori, così come l’obiettivo di ridurre i costi e le difficoltà che tanto le famiglie e quanto gli Stati membri incontrano nella gestione dei casi di riconoscimento della filiazione.

La Commissione, in ogni caso, stima che lo strumento dovrebbe migliorare la vita di circa due milioni di bambini che vivono in famiglie transfrontaliere, molti dei quali si trovano ad affrontare problemi di riconoscimento e valuta inoltre che dovrebbe ridurre i costi legati alle procedure di riconoscimento della filiazione di circa il 54%.

La proposta di regolamento non annovera tra gli Stati membri destinatari né la  Danimarca, né l’Irlanda, paese che ha già dichiarato di esercitare il suo diritto di opting out.

Quanto all’ambito applicativo, la proposta di regolamento è molto ambiziosa: al pari del regolamento n. 650/2012 in materia di successioni, affronta i  problemi classici di diritto internazionale privato (giurisdizione, legge applicabile e riconoscimento ed esecuzione dei provvedimenti), ma istituisce altresì il Certificato europeo di filiazione, con l’obiettivo di facilitare il riconoscimento in uno Stato membro della filiazione stabilita in un altro Stato membro.

Aifini dell’applicazione dello strumento, non rileva la nazionalità né dei bambini né dei loro genitori: l’elemento di connessione con l’ordinamento europeo consiste nel fatto che la filiazione sia “established” in uno Stato membro dell’Unione europea.

Non rileva nemmeno l’età dei minori: poiché lo status filiationis è importante nel corso di tutta la vita di un individuo, è prevista una definizione autonoma di “child” inteso come “a person of any age whose parenthood is to be established, recognised or proved”.

Centrale, ai fini dell’individuazione dell’ambito applicativo dello strumento, è la nozione di filiazione, intesa quale la relazione tra genitori e figli sia essa biologica, genetica, per adozione o per effetto di legge. Più precisamente, la proposta intende applicarsi a tutti i rapporti di filiazione  (i) che siano stabiliti in uno Stato membro, (ii) che riguardino minori (inclusi i casi di bambini deceduti o non ancora nati), (iii) indipendentemente dalla particolare situazione del genitore/dei genitori (potendosi, infatti, trattare di un rapporto di filiazione un genitore single, con una coppia di fatto, con una coppia sposata o ancora con coppia nell’ambito di una partnership registrata ed, infine, (iv) indipendentemente da come il bambino sia stato concepito o sia nato, ad esempio anche attraverso le tecniche di procreazione assistita.

In merito ai titoli di giurisdizione previsti, la proposta esclude il ricorso all’autonomia internazionalprivatistica e, al fine di consentire quanto più possibile l’accesso alla giustizia, prevede una serie di titoli alternativi fondati sugli elementi di collegamento della residenza abituale e della cittadinanza con l’obiettivo di individuare il giudice più prossimo al minore.

Nell’ipotesi che i titoli generali non trovino applicazione, è prevista (come nel regolamento 2019/1111) la giurisdizione dei giudici dello Stato nel quale il minore si trova e (a differenza di quanto accade nel regolamento 2019/1111) è altresì previsto, in casi eccezionali, il cd. forum necessitatis, che consente ai giudici dello Stato membro con il quale la controversia presenti un collegamento sufficiente di decidere su una questione in materia di filiazione che sia strettamente connessa con uno Stato terzo.

Sul fronte delle norme di conflitto, la proposta di regolamento – in coerenza con la soluzione adottata negli  altri regolamenti di origine europea  – afferma il carattere universale delle stesse. Individua poi due elementi di collegamento: la residenza abituale della persona che ha dato alla luce il minore al momento della nascita ovvero, per il caso che tale residenza abituale non sia individuabile (come, ad esempio, nel caso di una madre rifugiata o sfollata), la legge dello Stato nel quale è avvenuta la nascita del minore.

Se tuttavia l’applicazione della legge individuata sulla base di uno dei predetti criteri di collegamento ha l’effetto di stabilire la filiazione soltanto nei confronti di uno solo genitore, la legge di cittadinanza di tale genitore o del secondo genitore ovvero la legge dello Stato di nascita del bambino possono trovare applicazione allorché consentano lo stabilimento della filiazione anche nei confronti del secondo genitore (art. 17).

L’obiettivo materiale dello strumento non è quello di consentire lo stabilimento della filiazione, quanto piuttosto di consentire lo stabilimento della filiazione del minore con entrambi i genitori.

Sul fronte del riconoscimento di decisioni giudiziarie che stabiliscono la filiazione e gli atti autentici che stabiliscono la filiazione con effetti vincolanti, è previsto  un riconoscimento automatico, inclusivo dell’aggiornamento dei registri dello stato civile, così come i classici motivi ostativi al riconoscimento, declinati in modo tale da tutelare quanto più possibile i diritti dei bambini.  

Per quanto riguarda, invece, gli atti autentici che non stabiliscono la filiazione con effetti giuridici vincolanti, ma che si limitano ad avere effetti probatori (ad esempio in relazione al previo stabilimento della filiazione), la proposta prevede che mantengano anche negli altri Stati membri la medesima efficacia probatoria, o comunque, gli effetti probatori più simili a quelli previsti nello Stato di origine (che, per semplicità, possono essere descritti dalle autorità di tale Stato all’interno di una attestazione). In queste ipotesi, l’unico motivo ostativo al riconoscimento è l’ordine pubblico.

Infine, la proposta prevede l’istituzione del Certificato di filiazione europeo, che può essere rilasciato su richiesta per essere impiegato in tutti gli Stati membri (salvo Danimarca ed Irlanda).

Il destino della proposta di regolamento è molto incerto: come noto, la procedura legislativa prevista dall’art. 81.3 TFUE richiede il raggiungimento del consenso unanime in sede di Consiglio, e molti Stati membri, prestando il loro consenso alle soluzioni proposte, dovrebbero abdicare a delicate scelte normative precedentemente adottate (soprattutto in relazione alle tecniche di procreazione assistita ammesse ed anche alle condizioni di accesso).

In attesa di verificare gli esiti delle iniziative esistenti a livello globale e regionale in relazione alle norme di diritto internazionale privato e processuale sulla filiazione, alcuni ordinamenti cercano di attrezzarsi con strumenti interni. In proposito,  si segnala  l’iniziativa del legislatore francese volta ad adottare nuove norme interne di diritto internazionale privato e, tra esse, norme specificamente dedicate alla filiazione (su cui si veda qui e qui).

Sulla materia dello stato civile si segnala altresì il recente studio realizzato dalla Prof.ssa Fabienne Jault-Seseke, accessibile a questo indirizzo.

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