Equo compenso: gli ordini professionali diventano “autorità giurisdizionali” agli effetti del regolamento Bruxelles I bis? Quali implicazioni per il foro del consumatore?

by Omar Vanin

La legge 21 aprile 2023, n. 49 introduce novità circa il recupero dei crediti dei professionisti iscritti ad albi. Una previsione della legge suscita interrogativi nella prospettiva della competenza (sia interna, sia giurisdizionale) come retta dal regolamento (UE) n. 1215/2012 (“Bruxelles I bis”). L’art. 7 della legge permette agli ordini professionali di emanare un parere di congruità del compenso del professionista che “costituisce titolo esecutivo […] se rilasciato nel rispetto della procedura di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 241, e se il debitore non propone opposizione innanzi all’autorità giudiziaria”.

Gli effetti di tale parere, si può argomentare, assomigliano a quelli di un provvedimento giudiziale: ambedue, in essenza, costituiscono un ordine di pagamento richiesto dal creditore, senza irrogare sanzioni che denotino funzioni pubblicistiche dell’autorità. È questo elemento che la Corte di giustizia dell’UE valorizza nella sentenza Pula Parking (causa C-551/15, ECLI:EU:C:2017:193, punto 36) come indicatore che prodotto di un’autorità configura una ”decisione” secondo la definizione di cui all’art. 2, lett. a), del regolamento Bruxelles I bis.

Quanto alla natura dell’autorità che emana la decisione, il regolamento non richiede che si tratti di un corpo dello Stato con funzioni strettamente giudiziarie: tanto che l’art. 3 del regolamento, alla lett. a), indica quali autorità giurisdizionali agli effetti della disciplina anche i notai in Ungheria, capaci di emanare ordini di pagamento all’esito di una procedura monitoria.

Per qualificare un’autorità come ”giurisdizionale”, il legislatore dell’Unione non ricorre ad un elenco tassativo (Pula Parking, punto 55): spetta all’interprete definire volta per volta se un’autorità rientri nel concetto accolto dal regolamento, verificando se le relative decisioni siano frutto di un procedimento “che offre garanzie di indipendenza e di imparzialità nonché il rispetto del principio del contraddittorio” (Pula Parking, punto 54).

Per il parere di congruità, questi requisiti sembrano in principio sussistenti. Gli ordini professionali si trovano in sostanziale equidistanza tra professionista e cliente, e spesso l’ordinamento professionale assegna loro il compito di comporre bonariamente i loro conflitti. Il parere di congruità, poi, è emesso secondo la disciplina della legge 7 agosto 1990, n. 241, sul procedimento amministrativo, dando corso ad un contraddittorio che coinvolge il controinteressato (il debitore, in questo caso).

Nemmeno la carenza di un giudicato sul parere sembra minare la sua natura di ‘decisione’: sin dalla previgente Convenzione Bruxelles del 1968 si è accordata la natura di ‘decisione’ a provvedimenti connotati da alta caducabilità, come le ordinanze (revocabili) rese ai sensi dell’art. 186 ter c.p.c. contenenti ingiunzioni di pagamento.

A difettare, almeno in apparenza, sembrerebbe invece un minimo accertamento della concreta esigibilità del credito professionale. Tradizionalmente il parere di congruità previsto dall’art. 636 c.p.c., infatti, costituisce evidenza – per di più confinata alla fase monitoria nel ricorso per ingiunzione di pagamento – del quantum debeatur del credito, non del suo an.

Le modifiche introdotte dalla nuova disciplina tuttavia, è argomentabile, incidono così significativamente sulla fisionomia del parere, da modificarne la natura stessa. A destare attenzione è, in particolare, il termine per il debitore per opporsi al parere, e disinnescarne così l’esecutività. Tale termine – inedito nell’esperienza antecedente, dato che il parere non veniva notificato al debitore, né a quest’ultimo veniva concesso uno spazio di contestazione – sembra assumere due funzioni: la prima, affiancare il procedimento di cui si discute a quello di ingiunzione di pagamento; la seconda, assicurare un contraddittorio ‘a tutti i costi’ sull’accertamento del credito.

In questo senso, non sorprenderebbe se gli ordini professionali si sentissero oggi investiti dell’ulteriore compito, al rilascio del parere, di estendere il loro vaglio con estensione anche all’esistenza stessa del credito portato al loro esame.

Se, per azzardo, si intende aderire alla lettura prospettata, diverse conseguenze discendono sotto il profilo della competenza giurisdizionale. Una fra tutte: l’ordine professionale non dovrebbe emanare il parere quando il regolamento Bruxelles I bis nega alle autorità italiane la competenza giurisdizionale a conoscere della domanda del creditore. Questo accade quando cliente e professionista siano legati da un accordo di scelta del foro in favore di corti diverse da quelle italiane, ma in modo ancor più evidente quando il professionista abbia reso la prestazione ad un consumatore domiciliato in un diverso Stato membro, assumendo che il professionista abbia diretto l’esercizio della propria attività anche in tale Stato.

Quanto alla circolazione del parere nello spazio giudiziario europeo, esso, in quanto dotato di efficacia esecutiva in Italia, è suscettibile di riconoscimento automatico e di esecuzione negli altri Stati membri secondo la disciplina degli articoli 39 e seguenti del regolamento Bruxelles I bis. Il creditore potrebbe così domandare all’ordine professionale di rilasciare il certificato di esecutività previsto all’articolo 53 del regolamento, per fondare su di esso l’esecuzione forzata in un diverso Stato membro.

La protezione del consumatore impatta però anche sulle situazioni puramente interne, nel caso in cui a rilasciare il parere sia un ordine professionale diverso da quello del luogo in cui risiede il consumatore, poiché la competenza territoriale speciale a protezione del consumatore prevale su qualunque altro titolo di competenza. Così afferma l’orientamento della Corte di cassazione (recentemente ribadito con la pronuncia 15 marzo 2022, n. 8406) che, nei contratti conclusi dal consumatore e dall’avvocato, nega rilevanza al foro speciale previsto all’art. 14 d.lgs. n. 150/2011 (l’ufficio giudiziario innanzi al quale l’avvocato ha prestato la propria attività) e sancisce la prevalenza del foro del consumatore. Pare allora che anche nel recupero dei crediti dovuti dal consumatore residente in Italia, l’ordine di appartenenza del professionista, se diverso da quello del luogo in cui risiede il consumatore, non possa rilasciare il parere, posto che l’opposizione si deve svolgere “davanti al giudice competente […] del luogo nel cui circondario ha sede l’ordine o il collegio professionale che ha emesso il parere”.

La portata della violazione di questo titolo di competenza territoriale si fa più prorompente se si considera l’estensione dell’ambito del controllo assegnato al giudice nelle esecuzioni nei confronti del consumatore, recentemente ridefinito dalla Corte di cassazione con la pronuncia 6 aprile 2023, n. 9479 (su cui si veda questo post). Invero, il giudice dell’esecuzione di un’ingiunzione di pagamento non opposta dal consumatore rimette oggi in discussione il giudicato formatosi qualora ad emettere l’ingiunzione sia stato il giudice designato da una clausola di scelta del foro in deroga al foro del consumatore, come tale abusiva.

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